giovedì 17 maggio 2018

DEAD MAN

 
"E’ preferibile non viaggiare con un uomo morto..." (LA POESIA SUI MORTI VIVENTI)
In America, un contabile, William Blake (J.Deep), si dirige verso la frontiera, nel west, in cerca di lavoro; arriva nella città di Machine, dove chiede di lavorare nelle officine Dickinson, ma non viene assunto. Blake è senza un soldo e deve ritornare a casa, ma uccide per legittima difesa il figlio del padrone della ditta Dickinson; così incomincia la sua fuga. Blake, mentre scappa da alcuni cacciatori di taglie, incontra un indiano di nome Nessuno; costui crede che William sia l’omonimo poeta inglese che ha ammirato durante i suoi studi di indiano civilizzato. Nobody (Nessuno) capisce che questo sarà l’ultimo viaggio di Blake verso l’unica meta che è possibile conoscere, “dove il mare diventa cielo”, la morte.

Questo film di Jim Jarmusch può essere visto come l’unico western possibile negli anni novanta, dove la frontiera acquista un significato metafisico diventando uno stato mentale, un limite interiore dell’essere umano. Il tema del viaggio verso il west, che un tempo nei film Western aveva come scopo la conquista e la colonizzazione, diviene un simbolo della ricerca di se stessi, dove l’unica meta raggiungibile è la scoperta della propria morte. La Vita in Dead Man non è che un continuo morire, qualsiasi strada si intraprenda sarà solo un lento e inarrestabile cammino verso la propria morte.
Ma allora chi è William Blake? Un semplice ragioniere oppure il vero e unico poeta inglese?
Jarmusch non dà allo spettatore la certezza che la situazione sia una semplice combinazione, un incontro fortuito tra un ragioniere, con lo stesso nome di un poeta inglese, e un indiano, che grazie alla civilizzazione ha apprezzato e imparato i versi di questo artista. Apparentemente può sembrare che Blake-Deep sia, in qualche strano modo, la bizzarra reincarnazione del poeta William Blake. Un poeta che attribuisce all’immaginazione un potere soprannaturale in grado di rivelare all’uomo il mondo extrasensibile e che ritiene la ragione un pessimo strumento di conoscenza, per sua sfortuna si reincarna in un semplice ragioniere, ovvero un individuo addetto alla registrazione e al controllo dei fatti economici, argomento tutt’altro che spirituale. Non una semplice reincarnazione buddista, ma qualcosa di più arcano; molto più oscuro e misterioso di quanto la semplice figura di un contabile può mostrare. Il personaggio principale può essere paragonato ad un living dead (morto vivente): un essere emerso dall’aldilà dotato di volontà e impulsi autonomi, che non ha memoria del passato ed è affamato di sangue, l’irrazionale che trionfa e si introduce nel mondo umano per distruggere l’ordine razionale delle cose. Molti registi del New horror, come ad esempio George A. Romero, hanno esemplificato la presenza di un irrazionale che si introduce all’interno di una realtà razionale; ma Jarmusch, in questo Western metafisico, non vuole assolutamente creare un personaggio malvagio e illogico; infatti Blake-Deep è un essere mite ed è l’emblema dell’ordine e della ragione (un ragioniere che vuole lavorare nella città di Machine). Il regista gioca proprio su questo fatto, sulla razionalità precostituita del protagonista, riuscendo a creare un personaggio assurdo; l’unico essere normale, in questo western popolato da psicopatici e cannibali, è un dead man, ovvero una figura ambigua e irrazionale. William Blake è un morto (vivente, altrimenti non si muoverebbe) e neanche se lo immagina; all’inizio del film Jarmusch inserisce una frase che è un avvertimento per tutti: “E’ preferibile non viaggiare con un uomo morto”. Il protagonista, in questo viaggio allucinante, percorre il suo cammino verso l’esilio, non verso la morte che è già avvenuta; tant’è che non vediamo morire fisicamente Blake-Deep, ma lo presumiamo soltanto. Il nostro ragioniere, da bravo morto vivente, inizierà il suo cammino lasciandosi dietro solo una scia di sangue; fin dall’inizio, quando per legittima difesa uccide il figlio del padrone della ditta Dickinson, il lungo cammino di Blake-Deep verso la frontiera causerà solo morte, mentre lui se ne andrà tranquillo e beato “nel posto dal quale viene William Blake, al quale appartiene il suo spirito...nel punto in cui il mare diventa cielo”.
La scelta di usare il poeta inglese William Blake, come personaggio simbolico, serve a comprendere il significato del film. Il poeta dice che attraverso la morte si ha come un incominciamento della vita, affermando: ”morire è come alzarsi e andare in un’altra stanza”. Tutto ciò può suggerire allo spettatore che il personaggio principale Blake-Depp è semplicemente il poeta William Blake morto, sotto le mentite spoglie di un semplice e insignificante ragioniere, nell’atto di attraversare questo lungo corridoio illusorio e mentale per recarsi in un’altra stanza. Ma questo corridoio, questa strada che intraprende il protagonista, non ha lo stesso significato di un road movie, dove l’azione e il movimento determinano e dominano la visione; in Dead Man il tema del viaggio è metafisico e il regista lo distorce fino all’eccesso. Nel film figure, azioni, movimenti e suoni perdono il loro reale contorno fisico, acquistando un carattere anormale e stravagante, perché sono in funzione di un sistema simbolico; così l’idea del viaggio non diventa un’immagine di movimento e azione, ma al contrario, simboleggia un mondo a circuito chiuso, immobile, dove tutto è determinato in partenza. L’indiano Nessuno, citando i versi del poeta inglese, dice: “Nascono alcuni a soave diletto, nascono alcuni a infinita notte”; non c’è destino per chi nasce nella notte, bisogna accettare senza alcun giudizio questa strana e crudele realtà di vita.
Lo spazio del viaggio, in Dead Man, diventa il luogo in cui un singolo evento accade, qualificato dalle singole situazioni; subordinando la narrazione alle immagini, l’atto di mostrare viene a predominare sull’atto di raccontare. Il film è una semplice successione di unità spaziali, singole situazioni che hanno un loro tempo e un loro spazio caratteristico e tutte simboleggiano un’Idea-di-Vita (Depp-Blake che si distende accanto al corpo sanguinante di un cerbiatto, toccandogli la ferita e bagnandosi di sangue; il cranio di uno sceriffo sopra un braciere che ricorda un’immagine sacra e che verrà schiacciato dal cacciatore di taglie come un uovo sodo). Il film, come uno spettacolo itinerante medioevale, ha bisogno che lo spettatore ricostruisca la totalità delle sequenze nella mente. Ma Jarmusch usa questa struttura narrativa frammentata anche nei suoi film precedenti (in Stranger Than Paradise ci sono tanti piccoli episodi, ognuno dei quali è un piano sequenza, intervallati da fotogrammi neri). In Dead Man sia la parte visiva, con immagini forti e situazioni allucinanti (fotografate in b|n da R. Müller), sia la colonna sonora, con la musica inquietante e distorta (creata da N.Young) e i dialoghi che vanno da citazioni poetiche a conversazioni di gente psicopatica, hanno lo scopo di dissolvere e “scorniciare” la storia; così le singole sequenze (segnate da una dissolvenza in apertura e in chiusura) diventano azioni autonome con un’Idea-di-Vita in comune. Il film, con un ritmo lento e agonizzante, acquista l’aspetto di una marcia funebre; una processione con un morto che, invece di starsene tranquillo e beato nella bara, è fuori e cammina imperterrito facendo morire tutti quelli che sono stati invitati alla cerimonia.
La poesia è visione e il cinema lo può confermare con questo film che è una vera e propria poesia sui morti viventi.

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